Anche a Perugia prende forma il fronte del No contro la riforma della giustizia promossa dal Governo. Giovedì 15 gennaio, presso la sala Conti della Cgil Umbria, si è infatti tenuto l’incontro che ha sancito la nascita del Comitato perugino per il No al referendum costituzionale, il quale aderisce al Comitato nazionale della società civile, costituitosi a Roma il 10 gennaio e presieduto da Giovanni Bachelet.
Il Comitato di Perugia riunisce un ampio schieramento di soggetti rappresentativi della società civile, del mondo sindacale e politico: tra questi Cgil, Anpi, Libera Umbria, Arci, Legambiente, Udu, Link, Unione degli Studenti, associazioni culturali e pacifiste, e partiti come Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana Avs e Rifondazione Comunista, tutti uniti nell’opposizione a quella che definiscono una controriforma pericolosa per la giustizia e la democrazia.
A guidare il comitato locale sono stati nominati il professore Mauro Volpi, costituzionalista ed ex membro del Consiglio superiore della magistratura, nel ruolo di coordinatore, e la dottoressa Alessandra Lecce come portavoce. Come dichiarato durante l’incontro, il primo obiettivo sarà quello di costituire comitati nei territori della provincia, per promuovere una mobilitazione capillare in vista della consultazione referendaria.
Il Comitato di Perugia si affianca a iniziative analoghe su scala nazionale, come il comitato “Giusto dire No” promosso dall’Associazione nazionale magistrati, e al gruppo di quindici cittadini promotori del referendum, che in appena ventiquattro giorni hanno raccolto oltre 500.000 firme, superando la soglia richiesta per indire la consultazione.
Durante la riunione perugina sono state esplicitate le motivazioni alla base della contrarietà alla riforma. Secondo i promotori, la proposta governativa non risolve i reali problemi della giustizia, come la durata dei processi e l’inefficienza degli uffici giudiziari. Piuttosto, la riforma metterebbe a rischio il diritto alla difesa, separando i pubblici ministeri dalla magistratura e trasformandoli, di fatto, in “avvocati della polizia”, focalizzati su rinvii a giudizio e condanne.
Uno dei punti più contestati è il progetto di tripartizione del Consiglio superiore della magistratura, con la creazione di tre distinti organi: uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri e una Alta Corte disciplinare. Una misura che, secondo il Comitato, aumenterebbe i costi, indebolendo l’autonomia della magistratura e compromettendo l’unitarietà del sistema giudiziario.
Preoccupazioni sono state espresse anche per il meccanismo di nomina dei membri dei futuri organi giudiziari. Non verrebbero più eletti da tutti i magistrati, ma sorteggiati, mentre i componenti politici verrebbero estratti da liste approvate dal Parlamento, potenzialmente controllate dalla sola maggioranza. Una dinamica che, secondo il comitato, espone la giustizia a pressioni politiche e mette in pericolo l’indipendenza dei magistrati.
Infine, i promotori hanno evidenziato il rischio che questa riforma rappresenti il primo passo verso un progressivo indebolimento della Costituzione, con effetti a cascata su altri ambiti fondamentali come la legge elettorale, il premierato e l’autonomia regionale differenziata, configurando un sistema sbilanciato e meno democratico.