Non ci sono più medici di base: in Umbria scoperte oltre il 90 percento delle posizioni richieste

Solo 13 adesioni su 182 posti disponibili: la carenza di medici preoccupa la Regione e mette a rischio l’assistenza territoriale

In Umbria oltre il 90% delle zone carenti resta scoperto. È questo il dato allarmante emerso dalla recente richiesta di manifestazione d’interesse per il ruolo di medico di medicina generale, lanciata dalla Regione: su 182 posizioni disponibili, solo 13 hanno ricevuto una risposta positiva. Un numero drammaticamente basso che solleva interrogativi sull’efficacia dell’attuale modello di assistenza primaria e che ha animato il dibattito politico in Assemblea legislativa.

Il tema è stato sollevato con forza dal consigliere regionale Matteo Giambartolomei (Fratelli d’Italia), che ha interrogato la presidente della giunta regionale, Stefania Proietti, portando alla luce le criticità contenute nel nuovo accordo integrativo regionale per la medicina generale 2025. Il punto più urgente è la mancata adesione alle zone carenti, ovvero quei territori dove il numero di medici di base è inferiore agli standard previsti.

La distribuzione disomogenea della popolazione in Umbria – con città come Perugia e Terni sopra i 100.000 abitanti e piccoli comuni come Poggiodomo con appena 83 – accentua la difficoltà di garantire un’assistenza medica capillare. Secondo i dati illustrati in aula, su 850.000 abitanti umbri, circa 755.000 sono in carico ai medici di medicina generale, che oggi lavorano prevalentemente all’interno di strutture associative come le Aggregazioni funzionali territoriali (Aft).

Tuttavia, proprio il modello Aft sembra rappresentare un ostacolo più che una risorsa, almeno nella forma attuale. Giambartolomei ha denunciato un eccessivo carico burocratico per i professionisti, aggravato dall’impossibilità – prevista dalle norme regionali – di assumere personale di supporto, come segretari o infermieri, nei propri studi, anche se a spese parzialmente proprie. Questo limite, secondo il consigliere, ha spinto molti medici a rifiutare gli incarichi disponibili, subordinando la loro disponibilità alla possibilità di entrare in strutture associative già consolidate.

Il rischio concreto, se la situazione non cambierà, è che un quarto della popolazione umbra rimanga senza medico di base. Una preoccupazione condivisa anche dalla FIMMG Umbria (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), che ha definito la professione, nella sua configurazione attuale, “non più attrattiva né sostenibile”, incapace di rispondere alle esigenze dei professionisti e alle aspettative dei pazienti.

La risposta della presidente Proietti non si è fatta attendere. Durante la seduta ha illustrato i contenuti del nuovo accordo integrativo sottoscritto con le sigle sindacali lo scorso 29 settembre, recepito dalla giunta il 1° ottobre. Tra gli obiettivi dichiarati: la piena attuazione del ruolo unico della medicina generale, il rafforzamento della continuità assistenziale 24 ore su 24, e una profonda riorganizzazione delle cure primarie.

Particolare attenzione viene riservata alle aree disagiate, per le quali il nuovo accordo prevede deroghe ai parametri standard di copertura, oltre a incentivi economici, forme associative riviste, e sostegno per il personale di studio, con l’obiettivo di rendere l’offerta più attrattiva. Tra le novità, anche una rimodulazione delle Aft, con maggiore flessibilità, formazione avanzata e strumenti per combattere l’isolamento dei professionisti nei territori periferici.

Tuttavia, restano aperti alcuni nodi cruciali, a partire dal tema delle risorse. La presidente Proietti ha chiarito che non sono ancora disponibili cifre definitive, ma l’intento è riprogrammare i fondi esistenti, indirizzandoli verso interventi strategici: associazionismo, indennità Aft, incentivi per zone difficili e investimenti sul digitale.

La sanità territoriale umbra è oggi a un bivio. Le scelte politiche e organizzative dei prossimi mesi saranno determinanti per garantire il diritto alla salute in modo uniforme su tutto il territorio regionale. Un compito che non potrà prescindere dalla valorizzazione del ruolo del medico di famiglia, figura sempre più centrale e al tempo stesso sempre meno scelta dalle nuove generazioni.

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