La carenza di medici di medicina generale in Umbria raggiunge livelli critici, con 169 incarichi attualmente scoperti sul territorio regionale. Ad evidenziarlo è l’ultimo bollettino ufficiale della Regione, riportato dal Corriere dell’Umbria. La situazione, già preoccupante nel periodo post-pandemico, è peggiorata rispetto al 2023, quando i posti vacanti erano 138.
Nel dettaglio, 92 sono i posti vacanti nella Usl 1 e 77 nella Usl 2, ma al recente bando di manifestazione di interesse indetto per colmare i vuoti hanno risposto appena 13 medici, con 9 domande per la Usl 1 e 4 per la Usl 2. La maggior parte ha espresso interesse per incarichi nelle due città capoluogo, mentre le aree più carenti restano quelle interne, dove il disagio si fa sempre più evidente.
La crisi dei medici di famiglia, un tempo figura cardine dell’assistenza territoriale, non è solo numerica, ma anche strutturale. Il mestiere, considerato sempre più gravoso a fronte di una retribuzione ferma al contratto 2021, risente delle recenti novità introdotte con il cosiddetto ruolo unico.
Il nuovo assetto contrattuale, infatti, impone agli operatori non solo di gestire a proprie spese gli ambulatori, ma anche di garantire fino a 38 ore settimanali di attività accessorie, ridotte solo in funzione del numero di pazienti presi in carico. Tali condizioni, secondo la Fimmg – Federazione italiana medici di medicina generale, rappresentano un deterrente significativo, soprattutto per chi dovrebbe lavorare nelle aree periferiche.
Il rapporto medico-pazienti, previsto in media a 1 ogni 1.200 assistiti, ha ormai superato stabilmente i 1.500 in molte zone, fino a raggiungere anche 1.800 pazienti per medico in diversi comuni rurali. In alcuni casi, il numero arriva a 1.575 grazie alla deroga prevista per nuclei familiari conviventi. Nelle zone urbane la pressione è meno evidente, ma l’equilibrio resta fragile.
La disparità territoriale nell’assegnazione dei medici è aggravata dalla possibilità di scegliere la sede: i professionisti tendono a preferire i centri abitati, dove la densità della popolazione, le infrastrutture e i servizi rendono più agevole l’organizzazione del lavoro. Al contrario, le zone montane e rurali, meno collegate e più isolate, restano sguarnite, con pesanti conseguenze per l’accesso alle cure primarie.