Molesta l’ex coi telefoni degli altri: spoletina a processo

Non accettava la fine della relazione: la procura contesta la recidiva e chiede il risarcimento dei danni

Una storia che richiama dinamiche da stalking, ma con un elemento meno frequente nelle cronache: l’imputata è una donna. È quanto emerso davanti al tribunale di Spoleto, dove una 53enne residente a Trevi è finita sotto processo con l’accusa di molestie continuate e reiterate ai danni dell’ex compagno, un 58enne folignate, che ha denunciato una situazione divenuta per lui insostenibile sul piano psicologico e umano. Ne riferisce Il Messaggero

Secondo la ricostruzione contenuta nel fascicolo della procura di Spoleto, tra novembre 2023 e maggio 2024, la donna avrebbe tempestato l’ex partner di telefonate, messaggi e appostamenti, usando non solo il proprio cellulare, ma anche numeri di amici, parenti e colleghi, aggirando così i blocchi telefonici attivati dalla vittima. Una persecuzione costante, come emerso anche dalle testimonianze raccolte durante le indagini dei carabinieri, che parlano di un copione ben collaudato: cellulari chiesti con una scusa e poi usati per contattare l’uomo, anche contro la volontà dei legittimi proprietari.

In aula, il giudice Teresa Grano ha ascoltato il racconto di un dipendente della ditta dove la donna lavorava, che ha confermato quanto dichiarato ai militari: le aveva prestato il cellulare per una telefonata urgente, ma poco dopo l’aveva vista allontanarsi mentre litigava animatamente con qualcuno al telefono. Quando l’uomo ha ripreso possesso del proprio smartphone, ha ricevuto una chiamata minacciosa dal destinatario di quella conversazione, che lo accusava di aver permesso un nuovo contatto con la “persona che lo stava perseguitando”. Un episodio che ha convinto anche lui a bloccare il numero e che ha aumentato la paura della vittima, ormai terrorizzata da qualsiasi chiamata sconosciuta.

L’avvocato Valeria Passeri, che assiste l’ex compagno della donna, ha sottolineato come le condotte contestate abbiano profondamente minato la stabilità emotiva del proprio assistito, causando “sofferenze morali, turbamenti e un grave squilibrio nella sua quotidianità”. Nella costituzione di parte civile, il legale ha invocato l’applicazione dell’articolo 660 del codice penale – che punisce chi “per petulanza o per altro biasimevole motivo reca molestia o disturbo ad altri” – e ha richiesto il risarcimento dei danni sia morali che patrimoniali.

Ad aggravare la posizione dell’imputata, la recidiva infraquinquennale, legata ad altre condotte moleste precedenti. La Procura contesta dunque non solo la singola azione persecutoria, ma una modalità sistematica e reiterata di molestia, che non ha trovato freno nemmeno davanti ai primi segnali di rifiuto e chiusura da parte dell’uomo.

Il processo è ancora in corso, con l’audizione di ulteriori testimoni che dovranno chiarire le modalità e la frequenza dei comportamenti messi in atto dalla 53enne. Intanto, la vicenda riporta al centro dell’attenzione pubblica il tema della violenza relazionale e delle persecuzioni post-rottura, che può assumere forme subdole e quotidiane, indipendentemente dal genere di chi le compie.

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