In Umbria il lavoro c’è, mancano i profili giusti: stem, sanità e tecnologia introvabili

In Umbria cresce la difficoltà delle imprese nel reperire personale qualificato. Anche i profili che escono dagli ITS non sono suffcienti a colmare le richieste

Il mercato del lavoro in Umbria affronta una crisi profonda di disallineamento tra domanda e offerta di competenze, un fenomeno ormai strutturale che coinvolge tanto il comparto tecnico-operativo quanto quello altamente qualificato. Un paradosso che sta mettendo in difficoltà le imprese, rallentando i piani di crescita e aumentando i costi di gestione.

Dal 2018 al 2024, secondo uno studio condotto da Agenzia Umbria Ricerche, la quota di assunzioni difficili da coprire in Umbria è passata dal 29,1% al 55%, superando la media nazionale e quella delle regioni limitrofe. In alcuni settori, il problema ha raggiunto soglie critiche. Secondo i dati del 2025, il 63% delle figure richieste tra gli operai specializzati non è disponibile sul mercato, con picchi che superano l’80% per ruoli specifici come gli addetti alle rifiniture edili.

Ma non si tratta solo di una questione operaia. Anche tra le professioni tecniche e sanitarie le aziende faticano a trovare personale adeguato: il tasso di irreperibilità raggiunge il 91,2% per gli specialisti nelle scienze della vita e l’83% per i tecnici della salute. Tra i profili intermedi, spiccano le difficoltà nel reperire addetti alla contabilità e alla ristorazione, mentre i dirigenti e i professionisti con alta specializzazione restano introvabili nel 61% dei casi.

Le cause del fenomeno sono molteplici e interconnesse. Il sistema formativo non riesce a generare un flusso sufficiente di competenze tecniche adeguate. Se da un lato si assiste a una sovrapproduzione di laureati in discipline generaliste, dall’altro si registra una grave carenza di figure tecniche e STEM, come ingegneri, informatici, esperti di automazione e professionisti sanitari. Il divario tra competenze acquisite e richieste reali del mondo del lavoro continua a crescere.

A questa criticità si aggiunge un fattore demografico: il ricambio generazionale non è sufficiente a sostituire i lavoratori qualificati in uscita, mentre le professioni manuali e specialistiche sono spesso percepite dai giovani come poco attrattive, penalizzate da un deficit reputazionale e da condizioni economiche poco stimolanti. In questo contesto, il calo dei flussi migratori ha ulteriormente ridotto la disponibilità di manodopera, soprattutto nei settori che più dipendono dal contributo straniero.

Il problema riguarda anche i laureati. L’Umbria, pur vantando una delle più alte percentuali di laureati in Italia (oltre 5.500 nel 2024), presenta un basso fabbisogno di personale con istruzione terziaria. Le imprese locali richiedono meno laureati rispetto alla media nazionale (8,4% contro il 12,5%), ma faticano comunque a trovare quelli giusti: nel 2024, il 53,7% delle posizioni per laureati è risultato difficile da coprire, a fronte di una media nazionale del 50,9%.

Il paradosso si acuisce con la formazione tecnologica superiore. Gli ITS (Istituti Tecnici Superiori), pur offrendo tassi di occupazione elevatissimi – fino al 95% nel settore della meccatronica – non riescono a formare un numero sufficiente di diplomati: nel 2025, l’ITS Umbria Academy ha messo a disposizione solo 275 posti, a fronte di una domanda ben più ampia da parte delle imprese. La Regione ha risposto con il Piano triennale 2025-2027, che stanzia oltre 15 milioni di euro per potenziare i percorsi ITS in settori strategici come ICT, energia, agroalimentare e sostenibilità.

Tuttavia, la cultura formativa gioca ancora un ruolo chiave. Molti studenti, anche per motivi sociali e familiari, preferiscono percorsi universitari teorici, ritenuti più prestigiosi, trascurando opportunità più concrete e immediate offerte dalla formazione tecnica e professionalizzante. La scarsa conoscenza del sistema ITS e il limitato orientamento scolastico contribuiscono ad aggravare il divario.

Le imprese umbre, nel frattempo, pagano un prezzo alto. Progetti rallentati, ordini non evasi, costi in aumento per la formazione interna e una crescente difficoltà a competere sui mercati internazionali rappresentano solo alcune delle conseguenze di un sistema che fatica ad allineare formazione e lavoro.

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