Mordono la figlia e le requisiscono lo stipendio: genitori condannati

Condanna a due anni con pena sospesa per madre e padre accusati di violenze psicologiche, minacce e controllo ossessivo sulla figlia trentasettenne

Controllata in ogni aspetto della propria vita, privata della libertà personale ed economica, costretta a pesarsi ogni giorno e umiliata verbalmente. È questo il drammatico racconto alla base del procedimento giudiziario che ha portato al patteggiamento di due anni di reclusione (con pena sospesa) per una coppia, accusata di aver maltrattato la propria figlia trentasettenne, impiegata presso l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia.

La decisione è stata assunta dal giudice perugino Simona Di Maria, accogliendo la richiesta delle difese in accordo con la Procura. Secondo il pubblico ministero, i genitori avrebbero messo in atto una serie sistematica di minacce, offese e imposizioni coercitive, arrivando a esercitare un controllo totale sulla vita della donna. Tra gli episodi contestati, anche minacce di morte, uso di oggetti contundenti puntati alla gola, oltre alla sottrazione dell’intero stipendio percepito dalla figlia, alla quale venivano concessi solo 80 euro al mese.

Il quadro descritto dagli inquirenti e dalle testimonianze della vittima è allarmante. Dopo il trasferimento dei genitori nella casa della donna in Umbria, la vita quotidiana sarebbe diventata un incubo: nessuna libertà di scelta, neppure sull’acquisto di abiti o biancheria intima, né autonomia nelle relazioni personali. La ragazza era costretta a sottoporsi ogni mattina a una pesata forzata, sotto la minaccia di ingrassare, e veniva criticata anche per aver fatto colazione fuori casa.

La madre è arrivata a morderla sull’avambraccio sinistro, a seguito di una lite scoppiata per una colazione fatta in una pasticceria del centro. Il controllo economico era altrettanto invasivo: il padre gestiva direttamente tutti i conti, nascondendo sotto il cuscino carte di credito, libretti di risparmio e codici di accesso, impedendole di disporre del proprio denaro.

La Procura ha evidenziato come le violenze psicologiche siano state esercitate sia di persona sia attraverso messaggi telefonici, in un clima di costante pressione emotiva. I genitori la deridevano e insultavano, definendola “capra”, “maiale” e “fannullona”, instillandole l’idea di non essere capace di vivere da sola, né di prendere decisioni autonome.

Il controllo si estendeva anche al luogo di lavoro, con visite non autorizzate all’ospedale per verificare i suoi comportamenti, e minacce di farla licenziare in caso di dissenso. Ogni tentativo della donna di affermare la propria indipendenza veniva ostacolato o punito. Dalla scelta della casa a quella del cibo, tutto veniva deciso da madre e padre, che imponevano rigide regole anche durante le rare uscite familiari.

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