Inserisce il marito nelle liste vaccinali senza diritto per paura che muoia: assolta

Una dipendente dell’Università di Perugia, accusata di falso ideologico per aver inserito il marito nel piano vaccinale anti-Covid, è stata assolta in appello per particolare tenuità del fatto.

Una lunga vicenda giudiziaria, iniziata nel 2021, si è conclusa con l’assoluzione in appello per una dipendente dell’Università degli Studi di Perugia, accusata di falso ideologico per aver inserito il marito nelle liste vaccinali anti-Covid senza che questi ne avesse diritto. La Corte d’appello ha riconosciuto la particolare tenuità del fatto, ponendo fine a un processo che aveva gettato ombre sulla carriera e sulla reputazione della donna. Ne riferisce Il Messaggero.

L’episodio risale al pieno della pandemia, quando la somministrazione dei vaccini seguiva rigide priorità stabilite per proteggere le categorie più vulnerabili. L’imputata, incaricata di gestire le liste vaccinali, aveva inserito il nome del marito tra gli aventi diritto, pur non rispettando l’ordine prefissato. La motivazione, come emerso dal processo, era legata al timore per la salute del consorte in un momento di grande incertezza e preoccupazione collettiva.

Il tribunale aveva inizialmente condannato la donna per falso ideologico in atto pubblico, sostenendo che la condotta avesse violato le norme stabilite e arrecato un danno, seppur minimo, al bene giuridico tutelato. L’imputata aveva ammesso la propria responsabilità, spiegando di aver agito con l’intento di proteggere il marito, che avrebbe comunque ricevuto il vaccino a breve, essendo ultrasessantenne.

Nel 2024, la Corte d’appello ha ribaltato la sentenza di primo grado, accogliendo le tesi difensive presentate dall’avvocato Massimo Rossini. I giudici hanno sottolineato che: la lesione al bene giuridico era minima, poiché il vaccino sarebbe stato somministrato al marito in tempi brevi; la condotta era occasionale, motivata da un periodo di emergenza sanitaria straordinaria; l’imputata era incensurata, con una carriera professionale senza macchie.

Alla luce di questi elementi, la Corte ha applicato l’articolo 131-bis del Codice penale, escludendo la punibilità per particolare tenuità del fatto.

La vicenda, durata oltre tre anni, ha rappresentato un capitolo difficile per la donna, descritta dai giudici come una professionista seria e priva di precedenti. La sentenza d’appello ha messo fine alla sua odissea giudiziaria, restituendole la serenità e chiarendo la natura straordinaria della sua condotta durante un periodo di emergenza globale.

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